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Questo post è formato da un insieme di considerazioni del tutto personali su un tema che mi ha sempre lasciato piuttosto turbato.
E' notizia di questi giorni del dramma della famiglia di Eluana Englaro, una ragazza che dal 1992 "vive" in stato vegetativo.
Basandosi sulla sentenza dello scorso 16 ottobre la corte di Cassazione, i giudici della Corte D'Appello Civile di Milano hanno concesso ai medici di staccare il sondino nasogastrico che la nutre a forza e porre quindi fine a quello che suo padre definisce un accanimento (la sua reazione è stata "Adesso la possiamo liberare").
Come è successo con parecchi casi negli ultimi anni (il caso di Piergiorgio Welby in Italia oppure quello di Terry Schiavo in America) si torna a discutere su quando sia legittimo chinare il capo e smettere di curare i malati terminali.
In realtà i casi di Piergiorgio e di Eluana sono molto diversi tra loro, in un caso abbiamo una ragazza ormai ridotta ad un guscio vuoto, con poche, se non nulle speranze di recupero (si parla di un importante emoraggia cerebrale che ha ucciso diverse parti dei tessuti del cervello) nell'altro abbiamo un uomo che esprimeva con tutta la forza rimasta in corpo la volontà di andarsene da questo mondo in pace e senza dolore.
Il problema è immenso, quanto diritto abbiamo noi di disporre di noi stessi? Se scrivessi adesso (in un computer che segna la data e l'ora) che se mi succedesse qualcosa desidero che sia donato tutto il donabile e che mi sia concesso di lasciare questo mondo senza imbarcarsi in terapie lunghe e costose, che valore avrebbe? Che tipo di legge riesce a tutelare chi fa questa scelta nello stesso modo in cui tutela chi non la fa?
In mezzo a queste domande si pongono dei dogmi inviolabili, ieri sera in televisione ho visto un parere del Dottor Umberto Veronesi, che sosteneva la necessità di mettere fine ad una vita che di fatto è finita da un sacco di tempo, mentre stamattina ho letto sull'Osservatore Romano un articolo di Adriano Pessina (Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore) (che non riesco a linkare ma basta cercare Osservatore Romano su google) in cui dice che non è moralmente accettabile che un tutore possa aver potere di vita o di morte su di una persona.
Non sono d'accordo con la visione del Dott. Pessina, anzi sono fermamente convinto che in Italia ci sia bisogno di una normativa stringente sul testamento biologico, sono ormai anni che se ne parla e sono ormai anni che i credenti cattolici erigono barricate per impedire che si venga a capo di questa tematica.
Come non mi piace chi adesso, mentre sono bello pasciuto ed in salute, mette la bocca sulle mie scelte, non mi piacerà nemmeno chi metterà bocca sulla qualità della mia vita una volta che io non sarò in grado di decidere.
Che poi.... da una parte si sostiene che non sia moralmente accettabile concedere ad un tetraplegico o ad un paziente affetto da malattie degenerative di decidere come finire la propria esistenza e dall'altra si impediscono ricerche (le cellule staminali) che potrebbero curare le stesse malattie? Dov'è la morale in questo? Fortunatamente non ho avuto esperienze come quella dei familiari di Eluana, di Piergiorgio, di Leonardo David, e di moltissimi altri che non hanno avuto l'onore di balzare alle cronache, ma con queste premesse mi sentirei preso in giro e non poco.
Ammiro il coraggio e la forza di volontà del padre di Eluana e spero che il passo difficile che ha deciso di affrontare gli sia lieve e liberi finalmente sua figlia.
Alla prossima
Rampa